L’Iran trova un punto di speranza contro la Nuova Zelanda: fischi, bandiere proibite e accuse

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Pari con la Nuova Zelanda, ma i viaggi sono un incubo Il ct Ghalenoei: “Siamo la squadra più maltrattata dei Mondiali”

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LOS ANGELES – Tehranangeles c’era tutta. La chiamano così questa vasta città con la più grande comunità iraniana (500mila persone) d’America. Urlava e manifestava contro gli ayatollah. Perché dentro la partita Iran-Nuova Zelanda ce n’era un’altra: espatriati iraniani contro la loro nazionale ufficiale. E i dintorni del SoFi Stadium erano più affollati dello stretto di Hormuz. Ma il calcio aiuta a dimenticare e a ricordare: il cuore anche se ferito continua a battere. Doveva essere il giorno in cui giocava il dissenso, alla fine ha vinto la riconciliazione. Make Iran Great Again hanno gridato i contestatori che però poi hanno fatto la ola e hanno applaudito la squadra che erano venuti a contestare. Le bandiere proibite c’erano anche dentro lo stadio (la Fifa ne aveva ottenuto il divieto anche con una sentenza di tribunale), ma mai inquadrate dalla tv. C’era quella pre-rivoluzione islamica con il leone e il sole e quella attuale, il tricolore a bande orizzontali. C’era che l’Iran bistratto, ricollocato a Tijuana in Messico, come ospite indesiderato, ha recuperato due volte lo svantaggio e ha pareggiato contro la Nuova Zelanda (2-2).

📌 Kaynak

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